Pulviscolo di perle
Sem Benelli
Sul Ponte Vecchio, a Firenze, almeno quand’ero ragazzo, in quei bussolotti di vetrine che paion cuffie da suggeritore, in quelle botteghine illuminate dal basso in alto dai riflessi dell’acqua d’Arno, c’era, in fatto di oreficerie e argenterie, di pietre preziose e pietre dure e perle, di tutto un po’: roba pregevole e roba difettosa e di scarto; vera e falsa; alla moda e fuori moda.
Vi si facevano affari mondiali e, dopo essere stato al Monte di Pietà, vi arrivava su trepide mani, avvolto in un po’ di cotone e in un po’ di carta velina, l’amareggiato tesoro dei poveri: e la mano tremante ritirava poche lire, le ultime di un paradiso perduto.
Vi stavano, nelle soffittine e negli abbaini, gli orafi, i saldatori, i fonditori, i cesellatori. Vi stavano come annidati i mediatori, gli stimatori astuti e furbi — molti avevano un soprannome: Baffino, il Trinca; i casati stessi parevan soprannomi: il Piazzesi, il Bencino — e vi stavano, come cacciatori alle panie e alla civetta, i mercanti di tutto esperti, di carattere duro, sfiduciato, caparbio, che avevano visto arrivare a loro, supplicanti o beati, tanti volti della gran tragedia umana della vanità; che non credevano più a nulla: solamente al denaro, e con ispregio.
Eppure avevano, per quelle cose preziose — anche se eran di poco conto, anche se erano avanzi di felicità colpiti dalla sventura — un grande amore. Certi oggettini insignificanti, certe pietre macchiate male, smozzicate, difettose, non le volevano vendere nemmeno: le tenevano per loro, compassionevolmente.
Mio padre, che viveva di quel commercio ed era un apprezzato intenditore, mi mandava spesso nella bottega di un suo amico sul Ponte, perché m’affezionassi. Ogni giorno, nell’intervallo fra le lezioni della mattina e quelle del pomeriggio, poiché abitavamo fuor di porta, andavo a mangiare il mio pane e companatico nella bottega di un certo Mannelli, che diceva forse cinquanta parole al mese e teneva l’occhialino degli orafi e degli orologiai sempre nell’orbita sinistra, come fosse stato parte viva, benché ossea, del suo capo.
Quando se lo levava, veniva voglia di riavvitarglielo subito intorno all’occhio vedovato, che lo implorava lacrimando.

Da ragazzo non parlavo quasi mai nemmeno io; così che non ci rivolgevamo mai la parola. Ma qualche volta, all’improvviso, con voce che pareva venisse di lontano, quel brav’uomo mi diceva: «Benellinooo…»
Con quella parola allungata mi voleva dire, e mi diceva, gran cose: l’affetto che aveva per me, figliolo del suo migliore amico; la speranza che anch’io andassi a finir lì, con quel prolungamento dell’occhio; il piacere che provava nel constatare che anch’io non parlavo quasi mai; e soprattutto mi voleva dire: rassegnati, la vita è questa, non ti fare illusioni.
Gli volevo molto bene: era grasso e lento come Budda (ma più flaccido, perché Budda, che sapeva la verità, godeva ottima salute). Leggeva come un indovino nei volti delle persone che entravano in bottega: e chissà quante cose sapeva e non diceva.
Venivano i garzoni degli orafi con i castoni — qualche volta chiusi nella pece della stecca — e dicevano: «L’avreste una pietra per questo anello?» «Avreste una gocciola così, per un paio di buccole?» «Ho bisogno d’un’acqua marina per appaiar questa qui.»
Se non rispondeva nulla, era segno che non l’aveva. Se credeva d’averla, tirava fuori uno dei tanti suoi cassetti, dove teneva in ordine il suo disordine. Tutto era scompagno, staccato da migliaia di gioielli finiti, perduti, fusi.

In quella botteghina poteva darsi che una pietra preziosa, che era stata unita per anni o per secoli a un’altra e poi l’aveva perduta, la ritrovasse lì, in quel punto doloroso d’addio di tante cose amate, e che all’improvviso, come per miracolo, s’accendesse di vita nuova e di primavera: nuove fedi, nuovi amori, nuovi sorrisi.
Di gemme fini il buon Mannelli ne aveva poche: non era ricco; ma di pietre fuori moda e di poco valore ne aveva pieni i cassetti. Molta di quella roba, che a me piaceva tanto, è ritornata a piacere più tardi; ma allora costava poco. Gliela chiedevano per accomodare vecchi ed anche antichi gioielli, o per fare delle imitazioni.
Il suo maggior tesoro eran molte ametiste, involtate in carta doppia, piegata ad arte e di color turchino chiaro, perché risaltassero meglio. Aveva molti topazi, anche di quelli bruciati, chiusi in carta paglierina o nera; aveva qualche smeraldo, che allora costava meno d’ora; qualche bella turchese; alcuni incantevoli giacinti; qualche raro rubino e poche perle, in gran parte scaramazze.
Più di tutto era ricco in pietre dure: malachiti lavorate; bei lapislazzuli istoriati per borchie e per adornamenti vistosi. Aveva poi grandissima quantità di onici, di corniole, di agate — a chicchi, a pasticche, cioè foggiate a pietra per anelli — e ne aveva tante con incisi stemmi, a migliaia, acutamente intagliati o con teste a rilievo, di profilo o di faccia, o con infiniti simboli.
Quanta storia, quanto orgoglio abbattuto o stroncato; quanta umiliazione e che pianto: pietre decadute! Quelle più rosee, più rosse, più sensuali, parevano sostanza viva e carnale di drammi che mi facevano fantasticare.
Aveva anche cassette piene di granati che parevano in lutto: chicchi sfaccettati per vezzi o gocciole; aveva moltissimi strass per anelli da poco, per braccialetti, per gioielli appariscenti, per fibbie e fermezze; e casse colme di vezzi di corallo: li compravano specialmente i forestieri per ricordo e le spose di campagna; per questo il vederli mi faceva ripensare a carni fresche, assolate e fragranti.
Ed aveva ogni sorta e varietà di cammei. Tutta la mitologia era su quegli ornamenti pomposi. È difficile trovare un vecchio cammeo che non abbia un soggetto mitologico.
Io tutto vedevo, anzi tutto sentivo, perché mi penetrava dentro come un arcano sentimento; e m’ero tutto riempito di quella bellezza adombrata di malinconia.
E guardavo passare la gente sul Ponte, che pareva traversate due civiltà: quella di là d’Arno — litigiosa, risentita, ostinata, irrequieta, con la nostra vecchia storia faziosa nei nervi — e quella più arrendevole di qua d’Arno, accomodata per i forestieri. Mi pareva che la gente che passava di fuori dovesse, un giorno o l’altro, inesorabilmente entrare in una di quelle botteghe e lasciarvi le insegne dei suoi amori, delle sue alterigie, delle sue follie.
Ricordo gli inverni piovosi: il corteo sul Ponte andava e veniva come per un implacabile destino, corrodendo, con i suoi passi fatali, la strada lastricata che dava quella mota che i fiorentini chiamavano piaccichiccio, quasi fosse un vischio che tendesse a fermare su quel tragico ponte ogni anelito ed ogni fiducia.
In certi tempi il figliolo del Mannelli lavorava le perle: ed io guardavo. Era un lavoro che parlava al mio spirito; ma non capivo che cosa mi dicesse. Oggi, ricordando, qualcosa comprendo.
Il giovane artefice cercava di dare forma possibilmente tonda a quella gobbuta delle perle scaramazze. Aveva un piccolissimo tornio a mano, fermato al banco, col quale faceva girare su se stessa la perla infilata in un punteruolo. Col pollice e l’indice della mano destra, protetti da due ditali di vecchi guanti, accostava, alla perla girante, una strisciolina di carta vetrata sottilissima; e con quella limava le protuberanze della perla, piano piano, cercando di arrotondarla senza sciupare la sua composizione a strati sovrapposti, né spegnere la luce miracolosa che la gemma aveva portato con sé dal fondo del mare.

Pareva un mago astuto, smanioso di perfezione. In terra scendeva la limatura delle perle: una polverina quasi impalpabile. Quell’operazione mi pareva un sacrilegio e un sortilegio.
Dov’era la perla? Se quella soave opera del mare l’avessero limata tutta fino all’ultima particella, in quell’ultimo suo quasi spirituale residuo sarebbe rimasta ancora la perla, perché la limatura caduta per terra era pulviscolo di perle; ma non perla, e tanto meno quella perla. Un sofisma?
Un giorno che era aperta la porta della bottega, una ventata improvvisa spalancò la finestra che dava sull’Arno, prese il mucchietto di polvere bianca e lo buttò fuori, sul ponte. Passava in quel momento un uomo barbuto: n’ebbe il viso macchiato, la barba infarinata, appannati gli occhiali. Quell’uomo m’è sempre rimasto nella memoria.
«Che roba è questa?» — gridò. «Le son perle!» — disse l’orafo, sapendo di dire un’altra cosa, dicendo la verità: spirito fiorentino.
L’uomo barbuto volle vedere e capire: entrò in bottega, guardò la macchina, capì e disse esaltandosi: «È proprio perla! Sostanza di perle! E più che perla, perché non è più soggetta alla vanità della forma: è liberata dal peccato originale: è la quintessenza: perla delle perle!»
E prese di quella polverina un pizzicotto, volle una busta, ce la mise dentro, la nascose nel portafoglio — che si mise sul petto — e andò via felice, parlando fra sé. Le perle le aveva inventate lui!
Oggi, a tant’anni di distanza, penso che quel signore somigliava a certi nostri critici-filosofi che cercano l’Arte Pura, e che per trovarla fanno in briciole l’opera d’arte: ne fanno polvere.
Pulviscolo di perle, ma non perle! Polline tolto al fiore, ma non fiore! Minuzia, sia pure sublime, ma minuzia di un tutto organico, creazione indefinibile — sia pure con le sue gobbe e con le sue storture — perla tonda o scaramazza; ma viva, viva di sangue vitale, di patimento naturale, di passione essenziale, d’ebbrezza creatrice e di genio!
Sem Benelli, da «La mia leggenda», 1939
